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Il castello di Otranto: quello che dovete sapere sul primo romanzo gotico della storia

di Simone Alvaro Segatori

La trama, l'autore e l'eredità lasciata da quello che viene considerato come il romanzo fondatore del gotico letterario.

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Castelli spettrali, antiche profezie e atmosfere lugubri sono per il lettore del XXI secolo elementi assodati che non possono non figurare in un buon romanzo gotico. Non era così però per i lettori del XVIII secolo che cambiarono modo di approcciarsi alla letteratura grazie a Il castello di Otranto, scritto nel 1764 da Horace Walpole, riconosciuto oggi come il primo romanzo gotico della storia.

Il castello di Otranto: trama e personaggi

Illustrazione de Il castello di Otranto
Limberd

Manfredi è il principe di Otranto ma è angustiato da una profezia secondo la quale l’attuale famiglia regnante avrebbe perso i possedimenti quando il vero padrone sarebbe diventato troppo grande per regnare.

Il principe è sposato con Ippolita e ha due figli: Matilda, alla quale non è legato e che per lo più ignora, e Corrado, il suo prediletto che ha deciso di far sposare con Isabella, figlia del marchese di Vicenza, nella speranza che il matrimonio possa annullare in qualche modo la profezia. Il giorno delle nozze però Corrado muore per un fortuito incidente: schiacciato da un elmo gigante caduto dal cielo, identico in tutto a quello scolpito nella statua di Alfonso Il Buono, un precedente signore di Otranto.

Disperato per la morte del figlio, ma ancora di più per le sorti del regno, Manfredi decide che sarà lui a sposare Isabella, dato che Ippolita non riesce a dargli un figlio maschio. Isabella non è però dello stesso avviso e scappa, ritrovandosi a fuggire nei sotterranei e in un’ala abbandonata del castello. La ricerca di Manfredi viene interrotta dall’apparizione di uno spettro e Isabella ha quindi il tempo di arrivare alla chiesa di San Nicola, dove trova rifugio nel convento grazie all’aiuto di Teodoro, un contadino del luogo a sua volta in fuga perché condannato a morte da Manfredi per aver notato la somiglianza tra l’elmo gigante e quello della statua. Teodoro viene catturato e portato al castello, dove intanto continuano strane apparizioni di braccia e gambe giganti.

Il giorno dopo, Teodoro sta per essere giustiziato, ma un prete, Padre Girolamo, riconosce in lui il proprio figlio e quindi l’erede al titolo di conte di Falconara. Il prete riesce a rimandare temporaneamente l’esecuzione a patto che riporti Isabella a castello. Intanto, sia Isabella che Matilda si innamorano del giovane, quest’ultima in virtù della somiglianza tra il ragazzo e il principe Alfonso.

Al castello arriva anche Federico, il padre di Isabella deciso a riprendersi la figlia, ad impedire il matrimonio con Manfredi e a rivendicare per sé il titolo di principe di Otranto. Isabella scappa quindi dal convento, innescando una seconda caccia alla donna. Approfittando del trambusto, Matilda libera Teodoro e gli indica la migliore via di fuga attraverso i boschi. Qui incontra Isabella e nel tentativo di proteggerla ferisce per sbaglio Federico. Quest'ultimo viene quindi ricondotto a castello dove raggiunge una tregua con Manfredi: lascerà che il principe sposi sua figlia, in cambio della mano di Matilda. Cambierà poi idea in seguito alla comparsa di una mano gigante nel salone.

In seguito Manfredi sorprende Teodoro con una donna accanto alla tomba di Alfonso e, convinto che ella sia Isabella, la pugnala come punizione per averlo rifiutato. La ragazza si rivela però essere Matilda e alla sua morte l’intero castello crolla e al centro delle rovine appare il gigante che era stato intravisto più volte nel corso della narrazione, ovvero lo spirito di Alfonso. Ormai placato, il principe rivela che Teodoro è il vero erede al trono. Il gigante sparisce, ascendendo al cielo e rivelando la figura di San Nicola di Bari. Manfredi quindi abdica pentito e rivela di essere il nipote dell’usurpatore che avvelenò Alfonso, rubandogli i possedimenti. Teodoro può quindi sposare Isabella e ricoprire il ruolo che gli spetta per diritto di nascita.

Il castello di Otranto: l’autore

Horace Walpole nacque a Londra nel 1717 come ultimo figlio del primo ministro britannico Robert Walpole. Compì i suoi studi prima a Eton e poi al King’s College di Cambridge e una volta terminata l’università partì per il consueto Grand Tour con il collega e poeta Thomas Gray alla volta della Francia e dell’Italia, un viaggio che si dimostrerà poi fondamentale per la sua futura carriera artistica.

Nel 1741 divenne membro del Parlamento e nel 1747 acquistò nei sobborghi di Londra la villa Strawberry Hill che trasformò nel corso della sua vita in un vero e proprio castello in stile neogotico. Nel 1757 la dotò inoltre di una tipografia privata, con la quale pubblicò la sua produzione, alcune opere degli amici e delle opere classiche.

Fu proprio negli anni ’50 che iniziò a dedicarsi più attivamente alla carriera letteraria, iniziando la stesura delle sue memorie e completando dei trattati di carattere storico e artistico. La sua fortuna si deve però a Il castello di Otranto, scritto in un mese e pubblicato nel 1764. Nella prima edizione Walpole assunse lo pseudonimo di William Marshal e si avvalse di uno stratagemma editoriale per cui presentò il romanzo come la traduzione di un manoscritto redatto da Onuphrio Muralto a Napoli nel 1529 e che narrava di eventi avvenuti tra il 1000 e il 1200, all’epoca delle crociate.

Nella seconda edizione del romanzo, visto l’enorme successo di pubblico, Walpole ne assunse la paternità rivelando il carattere puramente fantastico del romanzo e deludendo quindi buona parte dei critici che lo avevano lodato per le sue doti di traduttore e che liquidavano ora il romanzo come narrativa assurda e pomposa. Walpole è inoltre ricordato per aver coniato il temine serendipity, utilizzato per indicare la felicità nel compiere scoperte per puro caso mentre si ricerca qualcos’altro.

Morì a Londra nel 1797.

Il castello di Otranto: l’eredità

Il castello di Otranto è oggi universalmente riconosciuto come il capostipite del romanzo gotico, inizialmente definito come un genere che unisce elementi soprannaturali, atmosfere del terrore con un’immancabile storie d’amore, generalmente tragica. Nel corso dei secoli però tutti gli autori che si sono cimentati nel genere vi hanno lasciato dei caratteri personali, contribuendo alla sua evoluzione ma senza mai scostarsi da degli elementi imprescindibili che si devono appunto a Walpole: ambientazioni cupe, storici castelli diroccati, passaggi segreti, profezie, antichi tradimenti, fenomeni soprannaturali o ritenuti tali, misticismo e superstizione, terrore fisico e psicologico, un nemico tirannico, un giovane eroe e una fanciulla perseguitata.

Per quanto Il castello di Otranto possa oggi suonare pomposo, contorto e naïve per certi versi, ha il grande merito di aver affermato il valore dell’immaginazione in un’epoca in cui il dibattito letterario stagnava tra chi riteneva che i romanzi dovessero essere rappresentativi della vita e chi riteneva chi vi dovessero essere anche elementi fantastici. Con Il castello di Otranto e Strawberry Hill, Walpole apre le porte al neogotico, incontrando anche il gusto puramente Romantico che si stava sviluppando parallelamente in Europa.

Senza l’opera di Wapole non avremmo neppure quei romanzi inglesi a lui contemporanei e che hanno contribuito a gettare le fondamenta stabili del genere: Il vecchio barone inglese (1777) di Clara Reeve ambientato in un’Inghilterra medievale tra tradimenti familiari e orrori soprannaturali; I misteri di Udolpho (1794) capolavoro di Ann Radcliffe con cui il genere arriva alla sua forma più piena ma che mantiene ancora i caratteri delineati da Walpole; e soprattutto Frankenstein (1818) di Mary Shelley in cui gli elementi irrazionali vengono sostituiti da uno sguardo più scientifico, inframmezzato da riflessioni filosofiche.

Il successivo filone letterario del XIX secolo, con Poe, Stoker, Lovecraft e Stevenson tra i più importanti, si avvicina di più all’uomo comune, andando a scavare nella sua psiche ma rimanendo comunque debitore di Walpole per quelle atmosfere sublimi che per primo impresse sulla carta stampata.

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