Fiabe brevi per la buonanotte: le più belle da leggere

di Elisabetta Rossi

Una raccolta di fiabe per la buonanotte da leggere ai bambini per aiutarli a rilassarsi e a prendere sonno.

Indice

Le fiabe brevi per la buonanotte sono storie contenenti una morale che hanno origine dalla tradizione popolare. Apprezzate sia dagli adulti che dai ragazzini, in passato erano narrate a voce, ad esempio davanti al fuoco durante le fredde giornate invernali.

Queste storie, tramandate di generazione in generazione, raccontano vicende nelle quali di solito sono coinvolte persone comuni, re, regine, principesse e in certi casi anche animali antropomorfi. In esse spesso è presente un elemento o un oggetto magico che aiuta il protagonista o i protagonisti a risolvere la situazione.

In tutte le favole il luogo il più delle volte è indeterminato, ossia l’ambientazione resta vaga e non viene mai specificata la città o la nazione dove si trovano i personaggi. Il finale è a lieto fine e vi è una divisione netta tra bene e male, senza toni grigi. Ciò significa che i protagonisti negativi resteranno tali e riceveranno la punizione che meritano.

Le fiabe per la buonanotte sono inoltre un ottimo modo per far rilassare i bambini e aiutarli a prendere sonno. Leggere una favola ogni sera è l’occasione per trascorrere del tempo di qualità con i figli, di dedicare loro quell’attenzione che nella frenesia degli impegni quotidiani può venire a mancare.

Per quanto riguarda il linguaggio è semplice e caratterizzato da una costruzione delle frasi lineare e dall’impiego del dialogo. Tra gli autori più conosciuti di fiabe abbiamo I fratelli Grimm, Hans Christian Andersen, Carlo Collodi, Lewis Carroll, Gianni Rodari ed Emilio Salgari.

Fiabe brevi per la nanna

Ecco per voi una selezione delle migliori favole per la nanna da narrare ai vostri piccoli.

Il soldatino birichino tratto da Storie della buonanotte

Una favola tenera che racconta di un soldatino di piombo un po’ indisciplinato e di un bambino che non riesce mai a riporlo al suo posto.

C'era una volta nella grande cesta dei giochi , un soldatino di piombo, di quelli con cui i bambini giocano alla sera d'inverno, stesi sul tappetone del salotto con il caminetto acceso.

Il soldatino faceva parte di una bella collezione di soldatini, tutti grandi un paio di centimetri, armati di sana pianta per fare la guerra! Per gioco naturalmente! Il bimbo di casa li disponeva tutti schierati in fila, in un vero plotone! Alcune volte dovevano conquistare il castello delle bambole, altre volte la loro missione era di cacciare i dinosauri, altre di nascondersi sotto ai mobili per spiare cosa facevano gli altri giocattoli! I soldatini erano di gran lunga il gioco invernale preferito dal bimbo!

Ma c'era un soldatino un po' diverso dagli altri, più birichino! Quando era ora di andare a fare la nanna e la mamma diceva al bimbo di riordinare i giochi, questo soldatino mancava sempre all'appello! Il bimbo contava uno, due, tre, quattro.... quattordici e... ne manca uno!

Tutte le sere si doveva ingaggiare una lotta senza frontiere per trovare il soldatino birichino. A volte il soldatino era nascosto sotto al tappeto, altre dietro al divano ed altre ancora finiva addirittura per nascondersi in cucina! Allora il papà, stanco di dover cercare il soldatino tutte le sere ebbe una bellissima idea! Costruì un bellissimo fortino di legno, dove i soldatini potevano giocare alla guerra tutta la sera senza il pericolo che il soldatino birichino si nascondesse per la casa. Da quel giorno quando era ora di fare la nanna il bimbo di casa augurava la buona notte a tutti e quindici i suoi soldatini, li disponeva ordinatamente nel fortino e correva subito a letto!

La volpe e l’uva di Esopo

La celebre storia della volpe che non riuscendo a cogliere l’uva, la definisce acerba.

C'era una volta una volpe molto furba e altrettanto famelica; la sua fama era tale che tutti gli animali erano fuggiti dal bosco in cui abitava, per paura di finire divorati. Alla fine, la volpe si era trovata senza più nulla da mettere sotto i denti. L'animale, spinto dalla fame, aveva abbandonato il bosco e fu così che si ritrovò in un vigneto.

Dai tralci di vite penzolavano dei grossi grappoli d'uva: gli acini erano dolci e succosi e avevano un aspetto delizioso. Così, la volpe, si sollevò sulle zampe posteriori per afferrare qualche grappolo; tuttavia, non era alta a sufficienza e non riusciva nemmeno a sfiorare gli acini. Dopo qualche tentativo, la volpe prese la rincorsa e cercò di raggiungere l'uva saltando: anche questa volta, però, non riuscì.

Poiché tutt'intorno a lei si stava radunando una folla di animali curiosi, la volpe, per non fare brutta figura, se ne andò col petto gonfio, esclamando ad alta voce: "Quest'uva è ancora acerba".

La volte e la cicogna di Esopo

Le favole di Esopo contengono sempre una morale che punta a insegnare qualcosa. Quella della Volpe e la cicogna trasmette il messaggio che se si fa uno scherzo, bisogna essere pronti a riceverlo a propria volta.

La volpe e la cicogna erano buone amiche. Un tempo si vedevano spesso, e un giorno la volpe invitò a pranzo la cicogna; per farle uno scherzo, le servì della minestra in una scodella poco profonda: la volpe leccava facilmente, ma la cicogna riusciva soltanto a bagnare la punta del lungo becco e dopo pranzo era più affamata di prima.

“Mi dispiace - disse la volpe - La minestra non è di tuo gradimento?”
“Oh, non ti preoccupare: spero anzi che vorrai restituirmi la visita e che verrai presto a pranzo da me - rispose la cicogna.”

Così fu stabilito il giorno in cui la volpe sarebbe andata a trovare la cicogna. Sedettero a tavola, mai i cibi erano preparati in vasi dal collo lungo e stretto nei quali la volpe non riusciva ad infilare il muso: tutto ciò che poté fare fu leccare l'esterno del vaso, mentre la cicogna tuffava il becco nel brodo e ne tirava fuori saporitissime rane.
“Non ti piace, cara, ciò che ho preparato?”
Fu così che la volpe burlona fu a sua volta presa in giro dalla cicogna.

Il paese senza punta di Gianni Rodari

Gianni Rodari ci racconta l’avventura di Giovannino Perdigiorno in un paese privo di punte, dove ogni cosa è dolcemente arrotondata.

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore.

Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese dove gli spigoli delle case erano rotondi, e i tetti non finivano a punta ma con una gobba dolcissima. Lungo la strada correva una siepe di rose e a Giovannino venne lì per lì l'idea di infilarsene una all'occhiello. Mentre coglieva la rosa faceva molta attenzione a non pungersi con le spine, ma si accorse subito che le spine non pungevano mica, non avevano punta e parevano di gomma, e facevano il solletico alla mano.

"Guarda, guarda" disse Giovannino ad alta voce. Di dietro la siepe si affacciò una guardia municipale, sorridendo.
"Non lo sapeva che è vietato cogliere le rose?"
"Mi dispiace, non ci ho pensato".
"Allora pagherà soltanto mezza multa," disse la guardia, che con quel sorriso avrebbe potuto benissimo esser l'omino di burro che portava Pinocchio al Paese dei Balocchi. Giovannino osservò che la guardia scriveva la multa con una matita senza punta, e gli scappò di dire:
"Scusi, mi fa vedere la sua sciabola?"
"Volentieri," disse la guardia. E naturalmente nemmeno la sciabola aveva la punta. "Ma che paese è questo?" domandò Giovannino.
"Il Paese senza punta," rispose la guardia, con tanta gentilezza che le sue parole si dovrebbero scrivere tutte con la lettera maiuscola.
"E per i chiodi come fate?"
"Li abbiamo aboliti da un pezzo, facciamo tutto con la colla. E adesso, per favore, mi dia due schiaffi".
Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera.
"Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi, semmai, dovrei riceverli, non darli".
"Ma qui si usa così", spiegò gentilmente la guardia, "per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli".
"Alla guardia?"
"Alla guardia."
"Ma è ingiusto, è terribile".
"Certo che è ingiusto, certo che è terribile", disse la guardia. "La cosa è tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia quei due schiaffi, e un'altra volta stia più attento".
"Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia: le farò una carezza, invece".
"Quand'è così", concluse la guardia, "dovrò riaccompagnarla alla frontiera".

E Giovannino, umiliatissimo, fu costretto ad abbandonare il Paese senza punta. Ma ancor oggi sogna di poterci tornare, per viverci nel più gentile dei modi, in una bella casetta col tetto senza punta.

Il palazzo di gelato di Gianni Rodari

Il palazzo di gelato è una fiaba in cui si narra di un edificio molto goloso, tutto da mangiare, fatto di panna montata e zucchero filato.

Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano di lontano a dargli una leccatina. Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato. Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato, il più buono. Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si squagliavano in rivoletti rosa. – Presto, – gridò la guardia, – più presto ancora! E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare perduta una sola goccia di quel capolavoro.

– Una poltrona! – implorava una vecchiettina, che non riusciva a farsi largo tra la folla, – una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile. Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli. Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano:
– Eh già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna.

La cicala e la formica di Esopo

Questa fiaba, anch’essa molto conosciuta, trasmette un messaggio importante: nella vita bisogna darsi da fare per ottenere qualcosa.

Durante l'estate, una cicala cantava posata su un filo d'erba mentre sotto di lei, una formica faticava per trasportare al sicuro nel suo formicaio i chicchi di grano. Ogni tanto, la cicala, chiedeva alle formiche: "Perché mai lavorate tutto il giorno? Venite qui con me, all'ombra dell'erba: starete al fresco e potremo cantare insieme". Ma la formica, continuavano a lavorare: "Devo preparare le provviste per l'inverno; quando la neve avrà ricoperto la terra, non resterà più nulla da mangiare."

La cicala non riusciva proprio a capire la formica. Del resto, l'estate era ancora lunga e di tempo per mettere da parte le provviste ce ne sarebbe stato fin troppo. Così continuò a cantare e l'estate finì. Venne l'autunno: non c'erano più frutti in giro e la cicala vagava di qua e di là, sgranocchiando gli steli ingialliti dell'erba e qualche foglia ormai essiccata. Ma anche l'autunno finì: arrivò l'inverno e la neve coprì la terra. Non era rimasto più nulla da mettere sotto i denti.

La cicala batteva i denti dal freddo e aveva una gran fame. Un giorno, sotto la neve, raggiunse una casetta piccina; guardò dentro, passando accanto alla finestra e vide la formica che stava al calduccio riparata dalla neve, sgranocchiando i chicchi di grano che aveva messo da parte. Infreddolita, la cicala bussò alla porta.
"Chi bussa?"
"Sono la cicala; sto morendo di freddo e non ho più niente da mangiare".
"Mi ricordo di te: quest'estate, mentre io lavoravo duramente per prepararmi all'inverno, tu cosa facevi?"
"Ho cantato!"
“Hai cantato?" rispose la formica "E allora adesso balla!"
Poi, chiuse la porta e lasciò al freddo la cicala.

Chi nulla fa, nulla ottiene.

Il principe che sposò una rana di Italo Calvino

Una bella favola dell’autore italiano che racconta di un Re e dei suoi figli in età da matrimonio e di una principessa trasformata in una rana.

C’era una volta un Re che aveva tre figli in età da prender moglie. Perché non sorgessero rivalità sulla scelta delle tre spose, disse: – Tirate con la fionda più lontano che potete: dove cadrà la pietra là prenderete moglie. I tre figli presero le fionde e tirarono. Il più grande tirò e la pietra arrivo sul tetto di un Forno ed egli ebbe la fornaia.Il secondo tirò e la pietra arrivò alla casa di una tessitrice. Al più piccino la pietra cascò in un fosso.Appena tirato ognuno correva a portare l’anello alla fidanzata.

Il più grande trovò una giovinotta bella soffice come una focaccia, il mezzano una pallidina, fina come un filo, e il più piccino, guarda guarda in quel fosso, non ci trovò che una rana. Tornarono dal Re a dire delle loro fidanzate.- Ora – disse il Re – chi ha la sposa migliore erediterà il regno. Facciamo le prove – e diede a ognuno della canapa perché gliela riportassero di lì a tre giorni filata dalle fidanzate, per vedere chi filava meglio.I figli andarono delle fidanzate e si raccomandarono che filassero a puntino; e il più piccolo tutto mortificato, con quella canapa in mano, se ne andò sul ciglio del fosso e si mise a chiamare:

– Rana, rana!
– Chi mi chiama?
– L’amor tuo che poco t’ama.
– Se non m’ama , m’amerà quando bella mi vedrà.

E la rana salto fuori dall’acqua su una foglia. Il figlio del Re le diede la canapa e disse che sarebbe ripassato a prenderla filata dopo tre giorni. Dopo tre giorni i fratelli maggiori corsero tutti ansiosi dalla fornaia e dalla tessitrice a ritirare la canapa. La fornaia aveva fatto un bel lavoro, ma la tessitrice – era il suo mestiere – l’aveva filata che pareva seta. E il più piccino? Andò al fosso:

– Rana, rana!
– Chi mi chiama?
– L’amor tuo che poco t’ama.
– Se non m’ama , m’amerà quando bella mi vedrà.

Saltò su una foglia e aveva in bocca una noce. Lui si vergognava un po’ di andare dal padre con una noce mentre i fratelli avevano portato la canapa filata; ma si fecero coraggio e andò. Il Re che aveva già guardato per dritto e per traverso il lavoro della fornaia e della tessitrice, aperse la noce del più piccino, e intanto i fratelli sghignazzavano. Aperta la noce ne venne fuori una tela così fina che pareva tela di ragno, e tira tira, spiega spiega, non finiva mai, e tutta la sala del trono ne era invasa.

“Ma questa tela non finisce mai!” disse il Re, e appena dette queste parole la tela finì. Il padre, a quest’idea che una rana diventasse regina, non voleva rassegnarsi. Erano nati tre cuccioli alla sua cagna da caccia preferita, e li diede ai tre figli: – Portateli alle vostre fidanzate e tornerete a prenderli tra un mese: chi l’avrà allevato meglio sarà regina. Dopo un mese si vide che il cane della fornaia era diventato un molosso grande e grosso, perché il pane non gli era mancato; quella della tessitrice, tenuto più a stecchetto, era venuto un famelico mastino.

Il più piccino arrivò con una cassettina, il Re aperse la cassettina e ne uscì un barboncino infiocchettato, pettinato, profumato, che stava ritto sulle zampe di dietro e sapeva fare gli esercizi militari e far di conto. E il Re disse: – Non c’è dubbio; sarà re mio figlio minore e la rana sarà regina. Furono stabilite le nozze, tutti e tre i fratelli lo stesso giorno. I fratelli maggiori andarono a prendere le spose con carrozze infiorate tirate da quattro cavalli, e le spose salirono tutte cariche di piume e di gioielli. Il più piccino andò al fosso, e la rana l’aspettava in una carrozza fatta d’una foglia di fico tirata da quattro lumache.

Presero ad andare: lui andava avanti, e le lumache lo seguivano tirando la foglia con la rana. Ogni tanto si fermava ad aspettare, e una volta si addormentò. Quando si svegliò, gli s’era fermata davanti una carrozza d’oro, imbottita di velluto, con due cavalli bianchi e dentro c’era una ragazza bella come il sole con un abito verde smeraldo. – Chi siete? – disse il figlio minore – Sono la rana -, e siccome lui non ci voleva credere, la ragazza aperse uno scrigno dove c’era la foglia di fico, la pelle della rana e quattro gusci di lumaca.

– Ero una Principessa trasformata in rana, solo se un figlio di Re acconsentiva a sposarmi senza sapere che ero bella avrei ripreso la forma umana.

Il Re fu tutto contento e ai figli maggiori che si rodevano d’invidia disse che chi non era neanche capace di scegliere la moglie non meritava la Corona. Re e regina diventarono il più piccino e la sua sposa.

I tre porcellini

L’origine di questa favola è piuttosto incerta, si suppone sia inglese. È stata pubblicata la prima volta nel 1843. Può essere letta a bambini dai tre anni in su.

C’erano una volta tre porcellini, che vivevano nella casa della loro mamma. Un giorno questa li prese da parte e disse loro: “Siete troppo grandi per restare in questa casa. Andate, e costruitevi la vostra. Ma attenti a non fare mai entrare il lupo!”
E così, i porcellini andarono per il mondo e si costruirono tre casette. Il porcellino più piccolo usò la paglia, così impiegò poco tempo e fatica. Il porcellino medio recuperò della legna e dopo una giornata di duro lavoro aveva costruito una bella casetta con assi e travi. Infine, il porcellino più grande, costruì la sua casa con pietra e mattoni, lavorando come un matto per finirla prima dell’arrivo del lupo.

Un giorno, il lupo arrivò alla casetta di paglia. “Porcellino, fammi entrare!” disse il lupo. Ma il porcellino piccolo non aprì la porta. Così il lupo, seccato, con un soffio fece volar via la paglia e divorò il porcellino in un sol boccone.
Il giorno dopo andò alla casetta di legno. “Porcellino, fammi entrare!” disse il lupo. Ma il porcellino medio non aprì la porta. Così il lupo, seccato, con i suoi artigli si aprì un varco nel legno e divorò il porcellino in un sol boccone.

Il giorno successivo andò alla casetta di pietra e mattoni. “Porcellino, fammi entrare!” disse il lupo. Ma il porcellino grande non aprì la porta. Così, il lupo, seccato, soffiò e usò i suoi artigli ma niente da fare, la casa era troppo robusta. Infine, provò a calarsi dal camino, ma finì dritto sul fuoco e morì arrostito.

Cinque in un baccello di Hans Christian Andersen

Cinque in un baccello è una fiaba che racconta, come suggerisce lo stesso titolo, l’avventura di cinque pisellini.

C'erano cinque piselli in un baccello, erano verdi e anche il baccello era verde, così loro credevano che tutto il mondo fosse verde, e avevano pienamente ragione! Il baccello cresceva, e anche i piselli crescevano, così si assestarono secondo la conformazione della casa, mettendosi tutti in fila. Fuori il sole splendeva e riscaldava il baccello; la pioggia lo schiariva, c'era bel caldo e si stava bene, era chiaro di giorno e buio di notte proprio come doveva essere, e i piselli diventavano sempre più grossi e pensavano sempre di più: se ne stavano sempre lì seduti, qualcosa dovevano pur farla!

«Dobbiamo restare qui per sempre?» si chiedevano «purché non diventiamo duri a star seduti così a lungo! Mi sembra quasi che ci sia qualcosa fuori di qui; ne ho la sensazione!»

E passarono diverse settimane; i piselli ingiallirono e anche il baccello si fece giallo. «Tutto il mondo sta diventando giallo!» dissero, e ne avevano il motivo. Poi sentirono una scossa al baccello; era stato strappato dalla pianta preso in mano e messo nella tasca di una giacca insieme a molti altri baccelli ancora pieni.

«Tra poco ci apriranno!» esclamarono, e si misero a aspettare.
«Mi piacerebbe sapere chi di noi andrà più lontano!» disse il pisello più piccolo. «Tra breve si vedrà!»
«Succeda quel che deve succedere!» replicò il più grande.

Crac! il baccello fu aperto e i cinque piselli rotolarono fuori sotto il sole; si trovarono in una mano di bambino: un ragazzetto li teneva stretti e diceva che andavano proprio bene per la sua cerbottana. Subito un pisello tu messo nella canna e sparato lontano.

«Ora volo nel vasto mondo! mi segua chi può!» e era già partito.
«Io invece» esclamò il secondo «volerò fino al sole; è un vero e proprio baccello e mi andrà a meraviglia!»
E fu lanciato anche lui.
«Noi dormiremo dove capiterà!» dissero gli altri due «ma avanzeremo anche noi!» e subito rotolarono sul pavimento prima di finire nella canna, ma poi venne anche il loro turno. «Andremo più lontano di tutti!»
«Succeda quel che deve succedere!» esclamò l'ultimo che venne sparato verso l'alto, volò contro una vecchia assicella che si trovava sotto la finestra di una mansarda, e s'infilò proprio in una fessura dove c'erano muschio e terra umida. Il muschio gli si richiuse sopra; era nascosto ma non era stato dimenticato dal Signore.
«Succeda quel che deve succedere!» disse di nuovo.

In quella piccola mansarda abitava una povera donna che di giorno andava a pulire le stufe, a tagliare la legna e a fare i lavori pesanti, perché era forte e piena di volontà, ma ciò nonostante rimaneva povera. In casa, nella cameretta, c'era anche la sua unica figlia, una adolescente delicata e gracile; da un anno intero era a letto e non voleva né vivere né morire.
«Andrà dalla sorellina!» diceva la donna. «Avevo due figlie, era troppo faticoso mantenerle entrambe, e così il Signore le ha divise con me e se ne è presa una; ora io vorrei tenere quest'unica che mi è rimasta, ma lui non vuole tenerle separate e così lei andrà a raggiungere la sorellina.»

La ragazzina malata però viveva ancora. Se ne stava a letto immobile e paziente per tutto il giorno, mentre la madre era fuori per guadagnare qualcosa. Era primavera, e una mattina presto, mentre la madre stava andando al lavoro e il sole splendeva chiaro attraverso la finestrella e si posava sul pavimento, la fanciulla malata guardò attraverso il vetro più basso.
«Che cos'è quel verde che spunta dietro il vetro? Si muove col vento!»

La madre andò alla finestra, e la aprì. «Oh!» esclamò «è un piccolo pisello che ha messo fuori delle foglioline verdi. Come ha fatto a arrivare in quella fessura? Adesso hai un giardinetto da guardare!»
Il letto della malata venne avvicinato alla finestra, perché lei potesse vedere il pisello che germogliava; intanto la madre andò al lavoro.
«Mamma, credo che guarirò!» raccontò la bambina alla sera. «Il sole oggi era così caldo su di me. Il pisello cresce proprio bene, e anch'io voglio crescere e uscire al sole.»
«Se solo accadesse davvero!» esclamò la madre, ma non lo credeva possibile; intanto però a quel verde germoglio che aveva donato alla bambina la voglia di vivere mise un bastoncino, perché non si piegasse al vento. Legò un filo dall'assicella alla finestra così che il gambo del pisello avesse qualcosa a cui appoggiarsi e arrampicarsi, crescendo; e così infatti fece, e di giorno in giorno cresceva a vista d'occhio. «Oh, mette anche i fiori!» disse un mattino la donna, e cominciò a sperare e a credere che la piccola malata sarebbe guarita. Le tornò in mente che nell'ultimo periodo la sua figliola parlava con più vivacità, le ultime mattine si era tirata su da sola nel letto e era rimasta lì seduta a guardare con occhi splendenti quel giardinetto costituito da una sola pianta di piselli. La settimana successiva per la prima volta la malata restò alzata per più di un'ora. Felice si sedette al sole, con la finestra aperta, e fuori c'era un fiore bianco e rosso di pisello completamente sbocciato. La fanciulla piegò la testa e baciò con delicatezza quei petali lievi. Era proprio un giorno di festa, quel giorno!

«Il Signore in persona lo ha piantato e lo ha fatto crescere, per dare a te gioia e speranza, cara figliola, e anche a me» disse la madre felice, e sorrise al fiore come se fosse un angelo del Signore.
E che ne è stato degli altri piselli? Quello che volò nel vasto mondo: «Mi segua chi può!» cadde in una grondaia e finì nel gozzo di un piccione, e lì rimase come Giona nella balena. I due pigroni fecero la stessa strada e furono anch'essi mangiati dai piccioni, e ciò vuol dire essere utili in modo concreto. Il quarto, che voleva raggiungere il sole, cadde nella fogna e restò per molti giorni e settimane nell'acqua stagnante, gonfiandosi tutto.

«Divento bello grosso!» esclamò. «Sto per scoppiare e non credo che nessun pisello abbia mai fatto altrettanto. Sono sicuramente il più notevole dei cinque che erano nel baccello!»
E la fogna lo approvava. Alla finestra della mansarda stava la fanciulla con gli occhi scintillanti e con il colore della salute sulle guance; congiunse le manine delicate sul fiore del pisello e ringraziò il Signore per averglielo dato.
«Per me» esclamò la fogna «il mio è il migliore!»

Il porcellino salvadanaio di Hans Christian Andersen

Questa fiaba narra la storia di un salvadanaio a forma di porcellino e degli altri giochi presenti nella stanza di un bambino.

C'erano molti giocattoli nella stanza dei bambini; in cima all'armadio si trovava il salvadanaio di terracotta, a forma di porcellino. Aveva naturalmente una fessura sulla schiena e questa era stata allargata con un coltello in modo che ci passassero anche le monete d'argento: ce n'erano già due, oltre a molte altre monetine. Il porcellino salvadanaio era così pieno che non tintinnava più, e questo è il massimo a cui un porcellino salvadanaio possa aspirare. Era proprio in cima allo scaffale e da lì dominava tutto quello che c'era nella stanza; sapeva bene che con quello che aveva in pancia avrebbe potuto comprare qualunque cosa, e questo si chiama avere coscienza del proprio valore.

Lo sapevano anche gli altri, ma non lo dicevano, perché avevano altro di cui parlare; il cassetto del comò era socchiuso e si vedeva una grande bambola, un po' vecchia e aggiustata sul collo. Questa guardò fuori e disse: «Giochiamo a fare gli uomini? È certo meglio che niente!» e così ci fu grande agitazione, persino i quadri si voltarono, mostrando che avevano un didietro, ma non lo fecero per protesta.

Era notte inoltrata e la luna illuminava attraverso la finestra, facendo luce gratuitamente. Il gioco doveva cominciare e tutti erano stati invitati, persino il passeggino dei bambini che pure era uno dei giocattoli più grossolani. «Ognuno è buono a modo suo!» diceva «non possono essere tutti nobili! Qualcuno deve anche rendersi utile, come si suol dire.»

Il porcellino salvadanaio fu l'unico a avere un invito scritto; si trovava troppo in alto perché sentisse un invito orale e comunque non rispose che sarebbe venuto, e non venne neppure. Se poi avesse voluto partecipare, lo avrebbe fatto dal posto dove si trovava, e gli altri dovevano dargliela vinta, come infatti fecero.

Il teatrino delle marionette fu montato subito e in modo che egli potesse vederlo bene; volevano cominciare con una commedia e poi sarebbero passati al tè e ai giochi di società, invece cominciarono subito con questi. Il cavallo a dondolo parlò dell'allevamento dei purosangue, il passeggino delle ferrovie e dei vaporetti, c'era sempre qualche argomento di cui erano specialisti e di cui potevano parlare. L'orologio a pendolo parlò di politica, tic-tac, lui conosceva l'ora del momento, anche se si diceva che non andasse bene. La canna di bambù rimase ferma, orgogliosa del suo puntale e del suo pomo d'argento, era proprio ben attrezzata da cima a fondo; sul divano c'erano due cuscini ricamati, graziosi ma stupidi, e così la commedia potè cominciare.

Tutti quelli che dovevano assistere furono pregati di battere per terra, di borbottare o schioccare, per mostrare se si erano o non si erano divertiti. Ma la frusta disse che non avrebbe mai schioccato per dei vecchi, lo avrebbe fatto solo per dei giovani, non ancora fidanzati. «Io invece schiocco per tutti!» esclamò il petardo. «Bisogna avere un posto in questo mondo!» disse la sputacchiera; questi erano i pensieri di chi assisteva alla commedia. Lo spettacolo non valeva niente, ma venne recitato bene; tutti gli attori mostravano solo il lato dipinto, perché erano fatti per essere visti solo da un lato, non da dietro, tutti recitarono benissimo, quasi fuori dal teatro, perché i fili erano troppo lunghi, ma così vennero notati di più. La bambola aggiustata si entusiasmò talmente che si scollò di nuovo, anche il porcellino salvadanaio si entusiasmò a modo suo e decise di fare qualcosa per uno degli attori: lo nominò nel suo testamento come colui che avrebbe dovuto essere sepolto insieme a lui, quando fosse venuto il momento.

Era un bel divertimento e si rinunciò al tè per continuare i giochi di società; questo lo chiamavano giocare a fare gli uomini, e non c'era nessuna cattiveria, era solo un gioco. Ognuno pensava a se stesso e a quello che pensava il porcellino salvadanaio; quest'ultimo pensava più di tutti, pensò al testamento e al funerale e a quando sarebbe accaduto, sempre prima di quanto ci si aspetti...

Crac! era caduto dall'armadio, era finito sul pavimento in mille pezzi e le monete ballavano e saltavano ovunque; le più piccole girarono su se stesse, le più grandi rotolarono, soprattutto una delle monete d'argento, perché voleva andarsene per il mondo. E così infatti fece, e con lei tutte le altre, i cocci del porcellino salvadanaio finirono nella spazzatura, ma il giorno dopo sull'armadio già si trovava un nuovo porcellino salvadanaio, fatto di terracotta; non aveva ancora dentro di sé nemmeno una monetina, quindi non poteva tintinnare, e in questo assomigliava all'altro.

È meglio che niente per cominciare, ma noi con questo vogliamo finire.

Enrichetto dal Ciuffo di Carlo Collodi

Questa favola di Carlo Collodi racconta la storia dell’incontro tra una principessa e un principe deforme. La morale in essa contenuta insegna che l’amore può vincere su tutto e non bada all’aspetto fisico.

C’era una volta una Regina, la quale partorì un figliuolo così brutto e così male imbastito, da far dubitare per un pezzo se avesse fattezze di bestia o di cristiano. Una fata, che si trovò presente al parto, dette per sicuro che egli avrebbe avuto molto spirito: e aggiunse di più, che in grazia di un certo dono particolare, fattogli da lei, avrebbe potuto trasfondere altrettanta dose di spirito e d’intelligenza in quella persona, chiunque si fosse, che egli avesse amato sopra tutte le altre.

Questa cosa consolò un poco la povera Regina, la quale non poteva darsi pace di aver messo al mondo un brutto marmocchio a quel modo! Il fatto egli è, che appena il fanciullo cominciò a spiccicar parola, disse delle cose molto aggiustate: e in tutto quello che faceva, mostrava un so che di così aggraziato, che piaceva e dava nel genio a tutti. Mi dimenticava di dire che egli nacque con un ciuffettino di capelli sulla testa: e per questo lo chiamarono Enrichetto dal ciuffo: perché Enrichetto era il suo nome di battesimo.

In capo a sette o otto anni, la Regina di uno Stato vicino partorì due bambine. La prima, che venne al mondo, era più bella del Sole; e la Regina ne sentì un’allegrezza così grande, da far temere per la sua salute.

La stessa fata, che aveva assistito alla nascita di Enrichetto dal ciuffo, si trovò presente anche a quest’altra: e per moderare la gioia della Regina, le dichiarò che la piccola Principessa non avrebbe avuto neppur l’ombra dello spirito, per cui sarebbe stata tanto stupida, quanto era bella. La Regina rimase molto male di questa cosa: ma pochi momenti dopo ebbe un altro dispiacere anche più grosso, nel vedere che la seconda figlia, che aveva partorito, era talmente brutta da fare paura.

“Non vi disperate, signora”, le disse la fata, “la vostra figlia sarà ricompensata per un altro verso; essa avrà tanto spirito, da non avvedersi nemmeno della bellezza che non l’è toccata.”
“Dio voglia che sia così!”, rispose la Regina, “ma non ci sarebbe modo di fare avere un po’ di spirito anche alla maggiore che è tanto bella?”
“Per quanto allo spirito, o signora, io non ci posso far nulla”, disse la fata, “ma posso tutto per la parte della bellezza; e siccome non c’è cosa al mondo che non farei per vedervi contenta, così le concederò in dono la virtù di far diventare bella la persona che più sarà di suo genio.”

A mano a mano che le due Principesse crescevano, crescevano con esse i loro pregi, fino al punto che non si parlava d’altro che della bellezza della più grande e dello spirito della minore. È vero però che anche i loro difetti si facevano più vistosi, coll’andare in là degli anni. La minore imbruttiva a occhiate, e la maggiore diventava stupida un giorno più dell’altro, e non sapeva rispondere alle domande che le venivano fatte, o rispondeva delle giuccherie. Oltre a questo ell’era così smanierata e senza garbo né grazia, che non era buona di posare quattro vasi di porcellana sul caminetto senza romperne qualcuno, né d’accostarsi alla bocca un bicchier d’acqua senza versarselo mezzo sul vestito.

Sebbene la bellezza sia un gran vantaggio per una fanciulla, pure è un fatto che la sorella minore aveva sempre il disopra sull’altra, in società e in tutte le conversazioni.

Sul primo, tutti si voltavano dalla parte della più bella per vederla e ammirarla; ma dopo pochi minuti la lasciavano per andare da quella che aveva più spirito, a sentire le cose graziose che diceva: e faceva maraviglia di vedere come in meno di un quarto d’ora la maggiore non avesse più nessuno dintorno a sé, mentre tutti erano a far corona intorno alla sorella minore.

La maggiore, sebbene molto stupida, si avvide di questa cosa: e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza, per avere la metà dello spirito della sorella. La Regina, quantunque fosse prudente, non seppe stare dallo sgridarla piu volte delle sue grullerie: e questa cosa fece tanta pena alla povera Principessa, che si sentì come morire.

Un giorno, che era andata nel bosco a piangere la sua disgrazia, vide venirsi incontro un omiciattolo brutto e spiacente quanto mai, ma vestito con grandissima eleganza. Era il giovane principe Enrichetto dal ciuffo, il quale innamoratosi di lei al solo vederne i ritratti che giravano per tutto il mondo, aveva abbandonato il regno di suo padre per avere il piacere di vederla e di parlarle. Contentissimo di trovarla sola, si avvicinò a lei con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabile. E avendo udito che essa era molto afflitta, dopo i soliti complimenti d’uso le disse:

“Io non so comprendere, o Regina, come essendo voi così bella come siete, possiate essere triste come apparite; perché, sebbene io possa vantarmi di aver veduto un’infinità di belle donne, posso dire di non averne vista una sola, la cui bellezza si avvicinasse alla vostra”.
“A voi piace dir così!”, rispose la Principessa, e non disse altro.
“La bellezza”, riprese Enrichetto dal ciuffo, “è un dono così grande, che deve compensare di tutto il resto; e quando la si possiede, non vedo nessun’altra cosa che possa recarci afflizione.”
“Vorrei”, rispose la Principessa, “essere brutta quanto voi e avere dello spirito; piuttosto che avere la bellezza che ho, ed essere una stupida come sono.”
“Non c’è nulla, o signora, che dia segno di aver dello spirito, quanto il credere di non averne: egli è uno di quei pregi, che per la sua indole singolare, più se ne ha, e più si crede di esserne mancanti.”
“Io non m’intendo di queste cose”, disse la Principessa, “ma so benissimo che io sono una grande imbecille, ed ecco la cagione del dolore, che mi farà morire.”
“Se non è che questo che vi tormenta, o signora, io posso facilmente metter fine alla vostra afflizione.”
“E come fare?”, disse la Principessa.
“Io ho il potere”, disse Enrichetto dal ciuffo, “di trasfondere tutto lo spirito, che può desiderarsi, in quella persona che io dovrò amare sopra le altre; e siccome voi siete quella, così dipende da voi di possedere tanto spirito, quanto se ne può avere, solo che siate contenta di sposarmi.”
La Principessa rimase come una statua, e non rispose sillaba.
“Vedo bene”, rispose Enrichetto dal ciuffo, “che questa mia proposta non vi è andata punto a genio: e non me ne faccio nessuna meraviglia; ma vi lascio un anno intero, perché possiate prendere una risoluzione.”

La Principessa aveva così poco spirito, e al tempo stesso sentiva tanta voglia di averne, che s’immaginò che la fine dell’anno non sarebbe arrivata mai, e così accettò la proposizione che le veniva fatta. Appena ebbe promesso a Enrichetto dal ciuffo che dentro un anno e in quello stesso giorno l’avrebbe sposato, si sentì subito molto diversa da quella di prima; e provò una facilità incredibile a dire tutte le cose che voleva dire, e a dirle in un modo grazioso, spontaneo e naturale. Cominciò da questo momento a metter su una conversazione elegante e ben condotta con Enrichetto dal ciuffo, nella quale essa brillò con tanta vivacità, che a questi nacque il dubbio di averle dato più spirito di quello che se ne fosse serbato per sé.

Ritornata che fu al palazzo, la Corte non sapeva che pensare di un cambiamento così improvviso e straordinario; dappoiché, per quante sguaiataggini le avevano udito dire in passato, ora la sentivano dire altrettante cose spiritosissime e piene di buon senso. Tutta la Corte n’ebbe un’allegrezza tale da non figurarselo. Non ci fu la sorella minore, che non ne restasse contenta, perché non avendo più sulla maggiore il disopra dello spirito, faceva ora accanto a lei la figura meschinissima d’una bertuccia. Il Re si lasciava guidare da lei, e qualche volta andava fino a tener consiglio nel suo quartiere.

La diceria di questo cambiamento essendosi sparsa all’intorno, tutti i giovani principi degli Stati vicini fecero a gara per arrivare a farsi amare, e quasi tutti la chiesero in sposa ma essa non trovava chi avesse abbastanza spirito, e faceva lo stesso viso a tutte le offerte di matrimonio, senza impegnarsi con alcuno. Intanto se ne presentò uno così potente, così ricco, e così spiritoso e bello della persona, che ella non poté stare dal sentire una certa inclinazione per lui. Suo padre, che se n’era avveduto, le disse che la lasciava padrona di scegliersi lo sposo a modo suo, e che non aveva da far altro che far conoscere la sua volontà.

E siccome accade che più uno ha dello spirito, e più si trova impensierito a pigliare una risoluzione stabile in certe faccende, essa, dopo aver ringraziato suo padre, domandò che le fosse dato un po’ di tempo per poterci pensar sopra. E per caso andò a passeggiare in quel bosco dove aveva incontrato Enrichetto dal ciuffo, per avere il modo di pensare comodamente alla risoluzione da prendere. Mentr’ella passeggiava tutt’immersa ne’ suoi pensieri sentì sotto i piedi un rumore sordo, come di molte persone che vadano e vengano, e si dieno un gran da fare. Avendo teso l’orecchio con più attenzione, sentì qualcuno che diceva: “Passami codesta caldaia”; e un altro: “Metti della legna sul fuoco”.

La terra si aprì in quel momento, ed ella vide sotto i suoi piedi come una gran cucina piena di cuochi, di sguatteri e d’ogni sorta di gente necessaria per allestire una gran festa. E di lì uscì fuori una schiera di venti o trenta rosticcieri, che andarono a piantarsi in un viale del bosco, intorno a una lunghissima tavola, e tutti colla ghiotta in mano e colla coda di volpe sull’orecchio si posero a lavorare a tempo di musica, sul motivo di una graziosa canzone.

La Principessa, stupita di quello spettacolo, domandò loro per chi fossero in tanto lavorìo.
“Lavoriamo”, rispose il capoccia della brigata, “per il signor Enrichetto dal ciuffo, che domani è sposo.”
La Principessa, sempre più meravigliata, e ricordandosi a un tratto che un anno fa, e in quello stesso giorno, aveva promesso di sposare il principe Enrichetto dal ciuffo, credé di cascare dalle nuvole. La ragione della sua dimenticanza stava in questo che, quando promise, era sempre la solita stupida, e acquistando in seguito lo spirito che il Principe le aveva dato, non si ricordava più di tutte le sue grullerie.

Non aveva fatto ancora trenta passi, seguitando la sua passeggiata, che s’imbatté in Enrichetto dal ciuffo, il quale si faceva avanti tutto sgargiante e magnifico, come un Principe che vada a nozze.
“Eccomi qui, signora”, egli disse, “puntuale alla mia parola: e non ho il minimo dubbio che voi siate venuta qui per mantenere la vostra, e per far di me, col dono della vostra mano, il mortale più felice di questa terra.”
“Vi confesserò francamente”, rispose la Principessa, “che su questa cosa non ho presa ancora nessuna risoluzione; e ho paura che, se dovrò prenderne una, non sarà mai quella che desiderate.”
“Voi mi fate stupire, o signora”, disse Enrichetto dal ciuffo.
“Lo capisco”, disse la Principessa, “difatti mi troverei in un grandissimo impiccio, se avessi da fare con un uomo brutale e senza spirito. Una Principessa mi ha dato la sua parola, egli mi direbbe; e una volta che mi ha promesso, bisogna bene che mi sposi. Ma poiché la persona colla quale parlo, è la persona più spiritosa di questo mondo, così sono sicura che vorrà capacitarsi della ragione. Voi sapete che anche allora, quand’ero stupida, non sapevo risolvermi a doversi sposare; e vi par egli possibile che ora, dopo tutto lo spirito che mi avete dato, e che mi ha resa di più difficile contentatura, di quel che fossi prima, possa oggi prendere una risoluzione che non sono stata buona di prendere per il passato? Se vi premeva tanto di sposarmi, avete avuto un gran torto a togliermi dalla mia stupidaggine, e a farmi aprire gli occhi, perché ci vedessi meglio d’una volta.”

“Se un uomo senza spirito”, rispose Enrichetto dal ciuffo, “sarebbe ben accolto, stando a quello che dite, quando venisse a rinfacciarvi la parola mancata, o perché volete che io non debba valermi degli stessi mezzi, per una cosa nella quale è riposta la felicità di tutta la mia vita? Vi pare egli ragionevole che le persone di spirito debbano trovarsi in peggiore condizione di quelle che non ne hanno? E potete pretenderlo voi? voi che ne avete tanto e che avete tanto desiderato di averne? Ma veniamo al sodo, se vi contentate. All’infuori della mia bruttezza, c’è forse in me qualche cosa che vi dispiaccia? Siete forse scontenta della mia nascita, del mio spirito, del mio carattere, delle mie maniere?”
“Tutt’altro”, rispose la Principessa, “anzi, tutte le cose che avete nominate, sono appunto quelle che mi piacciono in voi.”
“Quand’è così”, rispose Enrichetto dal ciuffo, “sono felice, perché non sta che a voi a fare di me il più bello e il più grazioso degli uomini.”
“Ma come può accader questo?”, chiese la Principessa.
“Il come è facile”, rispose Enrichetto dal ciuffo. “Basta che voi mi amiate tanto, da desiderare che ciò accada: e perché, o signora, non vi nasca dubbio su quello che dico, sappiate che la medesima fata, che nel giorno della mia nascita mi fece il dono di rendere spiritosa la persona che più mi fosse piaciuta, diede a voi pure quello di far diventare bello colui che amerete, e al quale vorrete far di genio e volentieri questo favore.”
“Se la cosa sta come la raccontate”, disse la Principessa, “vi desidero con tutto il cuore che diventiate il Principe più simpatico e più bello del mondo, e per quanto è da me, ve ne faccio pienissimo dono.”

La Principessa aveva appena finito di dire queste parole, che subito Enrichetto dal ciuffo apparve ai suoi occhi il più bell’uomo della terra, e il meglio formato, e il più amabile di quanti se ne fossero mai veduti. Vogliono alcuni che questo cambiamento avvenisse non già per gl’incanti della fata, ma unicamente per merito dell’amore. E dicono che la Principessa, avendo ripensato meglio alla costanza del suo cuore e della sua mente, non vide più le deformità personali di lui, né la bruttezza del suo viso: talché il gobbo che egli aveva di dietro, le sembrò quella specie di rotondità e di floridezza d’aspetto di chi dà nell’ingrassare: e invece di vederlo zoppicare orribilmente, come aveva fatto fino allora, le parve che avesse un’andatura aggraziata e un po’ buttata su una parte, che le piaceva moltissimo. Fu detto fra le altre cose, che gli occhi di lui, che erano guerci, le parvero più brillanti; e che finisse col mettersi in testa che quel modo storto di guardare fosse il segno di un violento accesso di amore: e che perfino il naso di lui, grosso e rosso come un peperone, accennasse a qualche cosa di serio e di marziale.

Fatto sta che la Principessa gli promise, lì sul tamburo, che l’avrebbe sposato, purché ne avesse ottenuto il consenso dal Re suo padre. Il Re, avendo saputo che la sua figlia aveva moltissima stima per Enrichetto dal ciuffo, che egli del resto conosceva per un Principe spiritosissimo e pieno di giudizio, lo accettò con piacere per suo genero. Il giorno dipoi furono fatte le nozze, come Enrichetto dal ciuffo aveva preveduto, e a seconda degli ordini che egli medesimo aveva già dato da molto tempo prima. Questa sembrerebbe una favola; eppure è una storia. Tutto ci par bello nella persona amata, anche i difetti: tutto ci par grazioso, anche le sguaiataggini. Al di là di La storia d’Enrichetto dal ciuffo è vecchia quanto il mondo.

La volpe e la pantera di Esopo

In questa fiaba Esopo insegna ai bambini l’importanza dell’intelligenza rispetto alle doti puramente esteriori.

In un boschetto di frassini profumati vi era un bellissimo laghetto dalle acque limpide e cristalline davanti al quale, due giovani animali accarezzati da un lieve venticello primaverile, si stavano specchiando, rimirando ciascuno il proprio portamento fiero e il colore del pelo. Si trattava di una graziosa pantera e di una volpe ugualmente carina.

“Vuoi mettere la mia figura con la tua?” Disse la pantera all’amica.
“Tu sei goffa e piccola io invece sono snella, slanciata e flessuosa. Il mio portamento è tale che perfino gli uomini usano il mio nome per indicare certe donne dal fascino aggressivo!” La volpe, dopo avere ascoltato in silenzio rispose;
“Io sarò forse meno bella e più piccola ma sono comunque più piacente e più simpatica. E poi il mio pelo è senza dubbio più folto e più caldo del tuo. A proposito di donne, se tu andassi in città vedresti quante signore si fanno belle indossando la mia pelliccia morbida, a volte rossa e altre volte argentata”.
Sempre più altezzosa, la pantera ribatté: “In quanto al pelo, si, è vero, il mio è più corto ma è più lucido e splendente, inoltre nella mia famiglia c’è da sbizzarrirsi nella scelta dei colori. So di non peccare di vanità dicendo di essere molto più bella dite!”

Solo in quel momento la volpe si rese conto di essere stata al gioco di quella frivola compagna la quale badava solamente al proprio aspetto tisico, così concluse:
“Cara amica, sicuramente tu sei ammirata da tutti per la tua bellezza esteriore. Io invece sono molto più apprezzata per la mia intelligenza e la mia furbizia. Ti assicuro che sono queste le doti più importanti e non le scambierei mai con qualità puramente estetiche!”
A quelle parole la pantera non fu in grado di ribattere e non le rimase altro che tacere di fronte all’evidenza dei fatti.

L’asino selvatico e l’asino domestico di Esopo

L’asino selvatico e l’asino domestico è una favola che insegna quanto sia importante essere soddisfatti di ciò che si ha e di ciò che si è.

C’era una volta un simpatico asinello selvatico che trascorreva le sue giornate in libertà, passeggiando per i campi e mangiando il cibo che trovava. Durante uno dei suoi giri quotidiani ebbe modo di vedere un suo simile, dall’aspetto sano e robusto, che brucava l’erba in un grande prato cintato da un’alta staccionata di legno. Esso, osservando l’animale domestico, pensò: “Che bella vita! Lui sì che sta bene: é spensierato, senza problemi e con il cibo a volontà”. In effetti l’altro asino sembrava proprio fortunato: gli venivano serviti due pasti abbondanti al giorno, riposava in una stalla bene attrezzata ed aveva un pascolo meraviglioso a sua disposizione.

L’asino selvatico, invece, doveva accontentarsi dei miseri sterpi che riusciva a trovare ai margini della strada, perché i prati ricoperti di erbetta fresca erano tutti privati. Ogni tanto, il povero asinello appoggiava il muso sulla cima della staccionata e, guardando l’altro, lo invidiava da morire.

Un giorno, pero, il giovane asinello, girovagando tranquillo, incontrò sulla via, un animale talmente sovraccarico di legna, sacchi di grano ed altro da non essere in grado di capire di che bestia si trattasse. Quando questa, per reagire ad una violenta frustata del suo padrone, tirò un calcio e alzò il muso, lo riconobbe: era l’asino domestico che fino a quel giorno aveva tanto invidiato! “Eh, caro mio,” gli gridò affiancandosi a lui “a questo prezzo non farei mai cambio con te. Nessuno mi comanda, io sono libero e leggero come una libellula. Se poi non mangio bene come te, meglio, mi mantengo in linea. E per sopravvivere mi arrangio”. Dopo quell’incontro l’asino selvatico non provò più alcuna invidia per il suo simile.

Il principe ranocchio dei Fratelli Grimm

In questa bella fiaba, un principe trasformato in ranocchio incontra una principessa. La maledizione sarà spezzata?

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, c'era un re, le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava, quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c'era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana. Nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel bosco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente. E quando si annoiava, prendeva una palla d'oro, la buttava in alto e la ripigliava; e questo era il suo gioco preferito.

Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa non ricadde nella manina ch'essa tendeva in alto, ma cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma la palla sparì, e la sorgente era profonda, profonda a perdita d'occhio. Allora la principessa cominciò a piangere, e pianse sempre più forte, e non si poteva proprio consolare. E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: "Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi." Lei si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme. "Ah, sei tu, vecchio ranocchio!" disse, "piango per la mia palla d'oro, che m'è caduta nella fonte." - "Chétati e non piangere," rispose il ranocchio, "ci penso io; ma che cosa mi darai, se ti ripesco il tuo palla?" - "Quello che vuoi, caro ranocchio," disse la principessa, "i miei vestiti, le mie perle e i miei gioielli, magari la mia corona d'oro." Il ranocchio rispose: "Le tue vesti, le perle e i gioielli e la tua corona d'oro io non li voglio: ma se mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico e compagno di giochi, seder con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d'oro, bere dal tuo bicchierino, dormire nel tuo lettino: se mi prometti questo; mi tufferò e ti riporterò la palla d'oro." - "Ah sì," disse la principessa, "ti prometto tutto quel che vuoi, purché mi riporti la palla." Ma pensava: Cosa va blaterando questo stupido ranocchio, che sta nell'acqua a gracidare coi suoi simili, e non può essere il compagno di una creatura umana!

Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott'acqua, si tuffò e poco dopo tornò remigando alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull'erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via. "Aspetta, aspetta!" gridò il ranocchio, "prendimi con te, io non posso correre come fai tu." Ma a che gli giovò gracidare con quanta fiato aveva in gola! La principessa non l'ascoltò, corse a casa e ben presto aveva dimenticata la povera bestia, che dovette rituffarsi nella sua fonte.

Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d'oro - plitsch platsch, plitsch platsch - qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: "Figlia di re, piccina, aprimi!" La principessa corse a vedere chi c'era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: "Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c'è forse un gigante che vuol rapirti?" - "Ah no," disse lei, "non è un gigante, ma un brutto ranocchio." - "Che cosa vuole da te?" - "Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d'oro cadde nell'acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l'ha ripescata. E perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell'acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me." Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare:

"Figlia di re, piccina,
aprimi!
Non sai più quel che ieri
m'hai detto vicino
alla fresca fonte?
Figlia di re, piccina,
aprimi!"

Allora il re disse: "Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va' dunque, e apri." Lei andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: "Solleva mi fino a te." La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: "Adesso avvicinami il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme." La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: "Ho mangiato a sazietà e sono stanco. Adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire." La principessa si mise a piangere; aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: "Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno." Allora lei prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: "Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre." Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: "Adesso starai zitto, brutto ranocchio!"

Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all'infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. La carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione.

Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:
"Enrico, qui va in pezzi la carrozza!"
"No, padrone, non è la carrozza,
Bensì un cerchio del mio cuore,
Ch'era immerso in gran dolore,
Quando dentro alla fontana
Tramutato foste in rana."

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che la carrozza andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.

Il Mago delle comete di Gianni Rodari

Una favola simpatica dove un mago costruisce una macchina per fabbricare comete ma resta deluso dalle persone che non le vogliono comprare.

Una volta un mago inventò una macchina per fare le comete. Somigliava un tantino alla macchina per tagliare il brodo, ma non era la stessa e serviva per fabbricare comete a volontà, grandi o piccole, con la coda semplice o doppia, con la luce gialla o rossa. Il mago girava paesi e città, non mancava mai ad un mercato, si presentava anche alla Fiera di Milano e alla fiera dei cavalli a Verona, e dappertutto mostrava la sua macchina e spiegava com’era facile farla funzionare. Le comete uscivano piccole, con un filo per tenerle, poi man mano che salivano in alto diventavano della grandezza voluta, ed anche le più grandi non erano più difficili da governare di un aquilone. La gente si affollava intorno al mago, come si affolla sempre intorno a quelli che mostrano una macchina al mercato, per fare gli spaghetti più fini o per pelare le patate, ma non comprava mai neanche una cometina piccola così.

“Se era un palloncino, magari” diceva una buona donna. “Ma se gli compro una cometa il mio bambino chissà che guai combina.” E il mago: ” Ma fatevi coraggio! I vostri bambini andranno sulle stelle, cominciate ad abituarli da piccoli.” “No, no grazie. Sulle stelle ci andrà qualcun’altro, mio figlio no di sicuro.” “Comete! Comete vere! Chi ne vuole?” Ma non le voleva nessuno. Il povero mago, a furia di saltar pasti, perché non rimediava una lira, era ridotto pelle ed ossa. Una sera che aveva più fame del solito, trasformò la sua macchina per fare le comete in una caciottella toscana e se la mangiò.

Topo ballerino di Rossana Costantino

Una storia tenera che racconta dell’amore di un topino per una ballerina in un carillon.

In una città lontanissima, in un bellissimo negozio di giocattoli, tutti i pupazzi e le marionette, decisero di fare una festa proprio nel periodo di Carnevale. Nel negozio c’erano giocattoli di ogni forma, bambole vestite con stoffe coloratissime, e pupazzetti di peluche di tutti i tipi. Tra tutte quelle strane cose, nascosto nella crepa di un muro, viveva un piccolissimo topolino bianco e nero, che aveva sentito parlare della festa, ma non era molto contento, perché amava stare tranquillo nella sua tana segreta. Il topino, pigro e sempre assonnato, si nutriva di briciole lasciate per disordine dal negoziante di giocattoli, e passava la sua vita ad osservare ogni giocattolo che l’uomo portava di tanto in tanto in quel meraviglioso stanzone. Curioso com’era, il topolino osservava ogni cosa senza farsi notare.

Prima della grande festa di Carnevale, il negoziante, mise in vetrina un nuovo giocattolo. Il topino vide riflesso sul vetro un visino bianco come la neve: era un faccino di fata, con gli occhietti vispi e la boccuccia rossa smaltata sulla porcellana bianca. Il negoziante aveva appena esposto una ballerina, e il suo fragile corpicino era attaccato ad un bellissimo carillon. Era incredibile che qualcuno avesse potuto fabbricare una cosa così preziosa. Quando il negoziante diede la carica al carillon, il topino credette di vedere un angelo! Per più di un ora l’animaletto rimase a bocca aperta, e quando la ballerina cominciò a danzare leggera come un soffio, per l’emozione il topo cadde a terra svenuto. Era una magia, un miracolo nascosto. Quella notte infatti, come per incanto, tutti i giocattoli accatastati cominciarono a danzare insieme alla ballerina e fu la festa più bella di tutti i tempi. Il Carnevale era iniziato con una meraviglia….anche un vecchio pagliaccio con le gambe a molla, che era rimasto invenduto per anni, prese vita e diede spettacolo insieme agli altri giocattoli, e persino i soldatini posarono i loro fucili per battere le mani al ritmo della musica del carillon. Era una notte incantata, ed il topino non riusciva a muoversi, tanta era la sua felicità! Ma la luce dell’alba arrivò troppo presto, e i giocattoli smisero di danzare appena la musica svanì. Il negoziante, all’apertura del negozio, aveva trovato tutti i giocattoli in disordine, e il bellissimo vestito della ballerina, era rimasto impigliato nelle molle del pagliaccio, e si era strappato.

Disperato, il negoziante cominciò a vagare per tutte le mercerie della città per trovare un vestitino nuovo per la ballerina, ma non c’era niente di così minuscolo. Sconfortato, parlò con la moglie che sorridendo ebbe subito un’idea. La donnina sapeva cucire e rammendare come nessun’altra, e così tirò fuori da un vecchio baule decine e decine di nastrini di seta tutti aggrovigliati tra di loro. Quando il negoziante tornò in negozio per prendere la ballerina vide tutti i giocattoli in ordine come per magia, e rimase perplesso. I giocattoli, dispiaciuti per la bella ballerina del carillon, erano tornati a posto con aria rassegnata. Il negoziante non seppe mai cosa era successo. Intanto sua moglie, applicando al vestitino sgualcito della ballerina un nastrino nero di seta e del pizzo francese, trasformò il giocattolo in un’opera unica al mondo. Il topino aveva assistito a tutto da una fessura nel pavimento, e preoccupato della sorte del meraviglioso carillon rimase ad aspettare. A pensarci meglio, la ballerina e il topino adesso si somigliavano un po’: i nastrini e il pizzo del suo vestito nuovo avevano gli stessi colori dell’animaletto.

Non passò molto tempo che una bimba, vestita da ballerina in occasione del Carnevale, vide il carillon e lo chiese ai genitori in regalo. Così Rosa ebbe il carillon, e felice mostrò a tutti le piroette della sua ballerina. Il povero topino, invece, si disperò piangendo perché il suo amore per la ballerina era svanito in una confezione regalo. I colori del vestitino nuovo, che li avevano resi simili, li avevano allontanati per sempre! Da quel momento, il topino, che per tutta la vita era stato un pigrone, cominciò a danzare senza fermarsi mai. Il topino danzando poteva ricordare per sempre il Carnevale più bello della sua vita. E così, da quel giorno, fu chiamato “topo ballerino”. Ancora oggi, nei negozi di animali, si trovano a volte delle gabbiette piene di topolini bianchi e neri che saltellano senza fermarsi: sono i topi ballerini!

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